mercoledì 27 aprile 2016

Double dutch



Mi ero messo lì come tutte le mattine a fare
la mia parte di lavoro. Scrittore, si diceva. E
come tale buttavo giù porzioni a volte ispirate,
altre noiose e che non avrebbero mai visto
la luce su una pubblicazione decente. Stavo
sorbendo il mio the quando Lui si decise a
entrare e a sedersi senza tante cerimonie
accanto alla mia scrivania. Portava un lurido
cappellino da baseball, pantaloni corti di jeans
strappati in più punti, piedi nudi, maglietta
talmente usurata da essere ormai lisa e capelli
lunghi e unti, di un colore fra il rugginoso e il
verde brillante. Era, efficacemente, la visuale
permanente dell'ex narratore di successo,
alternativo ed eccessivo, qualcuno che aveva
scritto pezzi e romanzi molto ispirati, a metà
fra lo steampunk e i neoclassici, in bilico fra
Pynchon e Dumas padre; insomma un dono per
le cronache di qualche tempo prima, anche
grazie ai 4 matrimoni e al ricovero in 2 cliniche
per la disintossicazione da crack. Lo fissavo
mentre giocherellava con una confezione di
biscottini tedeschi e parlottava a bassa voce,
discutendo con sé stesso sul tempo e sulle
royalties bruciate troppo in fretta. Non avevo
il coraggio di affrontarlo; i peli mi si erano
drizzati sulla schiena e le mani si erano tolte
dal PC per cadere senza forza lungo i fianchi.
Alla fine si era deciso a uscire dalle sue stanze
dove trascorreva il tempo in una clausura acida,
ma mai avrei creduto che avrebbe trovato il
coraggio e la sfacciataggine di venirmi a tampinare
durante le mie sedute di lavoro. Mai avrei pensato
che lo avrebbe fatto in modo squinternato, straccione
e impertinente, come stava facendo. Le ciglia incollate
alle palpebre per il troppo sonno, le unghie nere e le
labbra sottolineate da una strisciolina rosso carminio,
quasi avesse sbagliato rossetto prima di uscire per
la ricreazione. Io, dal mio canto, non riuscivo ad
allungare neppure una riga sotto quello sguardo
vacuo e inopportuno e dietro quel blaterare sordo
e continuo, praticamente inintelleggibile. Restai
qualche minuto immobile e imbarazzato finché
mi decisi a borbottare qualcosa in risposta mentre
allungavo la mano per prendere il suo gomito e
cercavo di sollevarlo per allontanarlo dalla mia stanza.
Lo pregai sommessamente di lasciarmi in pace, di
andare una volta per tutte e riprendersi in mano la
sua vita. Di cercare di mettere insieme i pezzi della
sua ormai baraccata esistenza. Ma Lui nemmeno si
degnava di farmi un cenno con il capo, continuava
spento a giocherellare con l'accendino per la mia
sensimilia. alla fine mi arrabbiai di brutto e cominciai
ad alzare la voce riempiendolo di contumelie, fui
talmente brutale da far accorrere mia moglie, che
fece irruzione nel locale con gli occhi strabuzzati.
Le urlai di darmi una mano a buttare fuori quel
cialtrone seduto alla mia scrivania. "Chi?". Rispose
Lei preoccupata. fu allora che mi accorsi del tragico
silenzio che si stava posando su tutto. Ero solo, ero
sempre stato solo. Mi passai la mano fra i capelli
a metà fra il rugginoso e il verde brillante, lisciai i
luridi jeans con i buchi e mi passai la mano sulla
bocca per togliere la strana linea rossastra.
Zoppicando mi sollevai e, passato fianco a mia moglie,
mi trascinai in bagno a pigliare i miei antipsicotici.















 

sabato 30 gennaio 2016

Il Papa





Osservai lento fuori dalla finestra del mio appartamento al Vaticano mentre
Richard si rivestiva. Era bello, Richard Wyatt. 25 anni da Philadelphia e mio
segretario personale, Nero, incantevole e profumato come piaceva a Me, in
quel momento. Lo guardai senza misura e il pensiero corse al Conclave
dell'indomani dove, secondo tutti i maneggi e gli accordi sottobanco, sarei
stato eletto al soglio di Pietro. Stropicciai le mie innumerevoli carte sparse
sul letto e nascosi una lacrima. Dall'Inferno, da dove provenivo, alla massima
carica della Comunità Cristiana non è un passo così lungo come potreste
immaginare. Satana in persona mi aveva inviato a compiere tutti i passi
della trafila ecclesiastica, sino ad arrivare a 35 anni al porporato e 5 anni
dopo al Papato. Molti erano sorpresi, Tanti mi amavano. Amavano il mio
viso giovane e bello, le mie idee fresche e progressiste, la bontà infinita
che mostravo ai bambini. Qualcosa che avevo imparato durante il
sacerdozio, durante cui avevo carezzato e violato innumerevoli schiere
di fanciulli implumi, fino a scivolare dolcemente attraverso Michael, Elia
e infine il mio Richard, il preferito. Lo sentì sbadigliare in modo infantile
e mi si strinse il cuore. "Perché piangi?" Fece Lui, sedendosi sul letto
e osservandomi con attenzione. "Non è nulla" Risposi "Solo una lacrima.
Un refuso." "Immagino che Ti passi tutta la vita davanti in momenti come
questo, vero?" Fece carezzandomi la schiena nuda. "Non è solo quello:
è che più mi adatto all'idea di essere Papa, più il mio passato mi appare
nebuloso e bolso." Non potevo rivelargli tutto, ma per Me era un dato di
fatto che i rapporti con il quartier generale all'Inferno si fossero tesi sino
al limite della rottura. Ormai non ricevevo più gli emissari di Beelzebub
ed ero infastidito dalle preghiere al Grande Capro Nero che tenevo in
un mobiletto del mio comodino. La voglia di bere sangue di Vergine
m'era passata, così come quella di partecipare ai Sabba principali
dell'anno. Avevo lo spleen del Buon Diavolo. E sentivo che stavo
cambiando. Altri Demoni, sotto le vesti dei Cardinali, mi tenevano
d'occhio e riferivano a Chi di dovere. Mi venivano condotte rimproveri
e lagnanze sul mio comportamento. Lascia la lacrima scorrere dalla
guancia fino al mento. Il rischio per Loro era immenso: perdere per
la prima volta il controllo della massima carica temporale e spirituale
della Cristianità, e permettere che passasse a un possibile apostata.
A una creatura infernale che transitasse, armi e bagagli, all'altro campo:
quello dell'Eterna Luce e della Bontà. Mi crogiolai sotto le lenzuola
e scoppiai definitivamente a piangere mentre Richard si arrendeva
e usciva, nel suo clergyman Hugo Boss, dalla stanza senza salutarmi.
Che stessi perdendo anche Lui? Non potevo crederlo. Proprio l'amore
per quel ragazzo aveva cominciato a farmi vacillare nella mia fedeltà
diabolica. Avevo compreso che quello detto dall'Uomo messo in croce
era vero :"Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse suo fratello, è un
mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può
amare Dio, che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo
da Lui: Chi ama Dio, ami anche suo fratello." MI asciugai le lacrime
e andai ad aprire le imponenti finestre del Vaticano. Una lenta
pioggerellina scendeva, ripulendo le strade e la mia anima nera,
luci sparse ad addobbi natalizi increspavano l'aria, e il suono di
zampogne non mi appesantiva più il cuore. Indossai una vestaglia
e mi portai al balcone, per respirare Roma. 
















lunedì 31 agosto 2015

Spallanzani








Posò il bastone da passeggio con il pomolo a classica forma
di testa di morto, Poi Spallanzani cominciò a spogliarsi
iniziando dalla marsina verde con inserti bianchi, fino ai
mutandoni bianchi e al petto nudo e irsuto. La depressione
lo stava mangiando e dentro di sé sapeva che non sarebbe
trascorso troppo tempo fino a quando avesse infilato la
testa dentro un cappio artigianale e avesse dato un calcio
alla sedia. Ma fino ad allora doveva trarsi cura dei suoi
affari e guardandosi nello specchio ne capiva anche la
Ragione. Nulla lasciava trapelare quella sua micidiale
crisi e l'insofferenza che, un minuto dopo l'altro, lo
divorava, strappandogli energie e lasciandolo tremante
e solo, lungo disteso sul pavimento o steso esanime
sul canapè rosso. Fissò lo specchio che ne definiva
perfettamente la figura intera e si mise ad ammirare
le leggere scheggiature e i piccoli residui dell'ossidazione
che avevano fatto di quel magnifico e misterioso
manufatto un trapianto per la sua anima inquieta e
l'oggetto tramandatogli dai genitori che meglio aveva
resistito all'usura del Tempo. Accostò le dita della mano
sinistra mentre con l'altra si torceva i grossi baffi neri.
Le dita si fissarono a uno strato superficiale dello specchio
e se ne estrasse una figura di Spallanzani adatta per la
giovane signorina Maiotti. Con discrezione l'appoggiò alla
parete della camera, stando bene attento a non rovinarla.
Poi fu la volta del secondo strato: quella per la gentile
Signora Volta, l'affittacamere che l'aveva sempre blandito
e curato. Una signora anziana dolce e comprensiva, che
meritava uno Spallanzani maturo e sensibile, non il
rompicollo cinquantenne che ancora si osservava nel
suo riflesso opaco. Poi fu la volta del terzo strato, quello
per il suo collega Endrici, un'ottima persona capace e
intelligente, nonché notevole amico. Indi il quarto strato
per la Signora Morini, passionale e decisa nell'amore,
amante ufficiale da più di sette anni e sostenitrice di tutte
le cause filantropiche che la Terra conosciuta poteva
ancora offrire. E andò avanti, di strato in strato finché
si ritrovò con diciotto Spallanzani appoggiati sulle mura
perimetrali e pronte all'uso. Avrebbero accompagnato
sotto forma di instancabili accompagnatori, infaticabili
amanti, splendidi dialogatori, ineffabili amici e attenti
confidenti le persone a cui stava caro e alla cui presenza,
anche dopo la morte, non poteva rinunciare. Prese
l'orologio da taschino da un tavolino e notò che l'alba
stava per sopraggiungere. Animò con uno schiocco di
dita gli Spallanzani abbandonati nelle pose più varie
e cominciò a spedirli in giro: a prendere il pane e sedurre
le servette, a installarsi in una biblioteca a cercare di
cavare il segreto di Dio dalle pagine consunte, a
passeggiare con gli amici di buon mattino a elargire
pillole di saggezza, a scovare l'amante ne suo letto
ancora caldo per offrirle un supplemento, ben accetto,
di Passione. Per quanto riguardava Lui, si accese
una sigaretta sottile e cominciò a esplorare gli spazi
vuoti nella stanza lasciati dagli Spallanzani. Le ombre
ancora vive della notte, gli angoli polverosi e inutili,
il letto, perfettamente allestito, il vaso da notte
immacolato e quasi polveroso. Poi, seminudo com'era,
guardò in strada le vie cominciare ad animarsi, la gente
percorrere il proprio destino e Lui cominciare ad
accorgersi del suo. Tornò allo specchio ma, al posto
del vetro dentro la cornice dorata era rimasto solo un
gran buco nero che dava sul muro a occidente. Gli
Spallanzani lo avevano veramente abbandonato
e Lui era un guscio vuoto e un'ombra, ancora per
poco, irrequieta. Allungò la mano dentro la terribile
cavità e mugolò sottile, girando le dita guantate a
vuoto.















 

martedì 17 febbraio 2015

Roadkill







Mi accorsi subito che l'incidente non era
particolarmente grave, ma questo non mi
impediva di sanguinare da un brutto taglio
sulla fronte e di avere le mani come fossero
state massaggiate da martelli robusti e indelicati.
L'airbag mi aveva salvato ma qualche commozione
cerebrale doveva essersi insediata se, mentre
camminavo, vedevo a fatica in mezzo ai rovi
malgrado le luci potenti e ancora funzionanti
del mio fuoristrada. Riuscì ad arrivare, infine,
sul ciglio della statale, se così si poteva
definire quella striscia d'asfalto in salita,
frammezzo a boschi talmente brutali e cupi
da gettare nell'inquietudine e nella prostrazione
ben più di una persona. Guardai quello che restava
del mio cellulare: non aveva campo ed ero disperso
dentro il nulla. A quell'ora della notte era un'impresa
disperata incocciare in automobili che scendessero
a valle oppure salissero verso i radi paesini della
Valle. Ero tutto un dolorino più per la tensione
nervosa che per effettivi danni fisici, e ancora
sconcertato per essere stato in grado di salvare
la pelle magrado la mia alta velocità. Nel frattempo
la ferita sulla fronte continuava a sanguinare e aveva
inzuppato buona parte della costosa giacca in velluto
a coste che indossavo, ma poco mi importava. Fu
quando cominciai a sentire il rombo di un'automobile
che saliva i tornanti che iniziai a rianimarmi! Era un
miracolo, di certo un segno del cielo. Mi misi nei pressi
di una curva e gomito e iniziai a sbracciarmi e ad
urlare come un ossesso. L'auto, una modesta Punto,
mi sfilò a fianco e potei notare che era zeppa di ragazzi.
Per un attimo pensai che mi avessero bellamente ignorato,
fino quando la vidi rallentare e accostare al lato della strada.
Ero al settimo cielo e sprizzavo gioia da tutti i pori: non
avevo nemmeno dovuto aspettare tanto! Dalla Punto grigia
scese il guidatore ed Io gli corsi incontro traballando sulle
gambe. Appena gli fui a mezzo metro cominciai un discorso
sconclusionato e balbettante sulla mia disavventura mentre
Lui mi guardava incuriosito: nello stesso modo in cui si può
osservare un roadkill, un riccio investito, insomma. Si accese
in tutta tranquillità una sigaretta mentre Io cominciavo a
diventare nervoso e dall'utilitaria scendevano altri ragazzi.
Quando mi circondarono ridendo Io feci finta di stare al
gioco malgrado il mio malessere e, sorridendo, spiegai
a Tutti che ero uscito di strada venti metri più in basso e
avevo bisogno di aiuto. "Per quale ragione?". Fece una
fanciulla molto carina e delicata "Tanto sei già mezzo morto.
Se potessi guardarti la faccia. Poi sembri fottutamente ubriaco."
Istintivamente mi passai una mano sul viso e la ritirai
imbrattata di sangue. "Dovete chiamare un'ambulanza.
Non mi sento per niente bene e il mio cellulare è andato."
Il ragazzo che si era acceso la sigaretta (Uno scricciolo di
un metro e sessantacinque con gli occhiali e felpa Carhartt)
mi squadrò ben bene poi disse ad alta voce. "Signore, non si
va in giro di notte fatti di cocaina. è una pessima abitudine e
poi porta questo genere di risultati". Continuai a sorridere, ora
veramente spaventato. Gli unici fatti di sostanze in quel frangente
erano proprio loro. Imbottiti fino agli occhi di polvere e alcol.
Uno della compagnia portava addirittura gli occhiali da sole e
la ragazza continuava a gracchiare :"Tu sei già morto. Tu sei
già morto!". Mi arrivò la prima sberla che mi mandò diritto sul
selciato. Era stato lo scricciolo a buttarmi al suolo e adesso
occhiali da sole mi stava riempiendo di calci seguito dagli altri
tre. Cercai di sollevarmi ma venni sbattuto contro un albero
e riempito ulteriormente di cazzotti. Sentì qualcuno alzare la
voce :"Perché non diamo fuoco a Lui e alla sua bella macchina?
Nessuno si accorgerà di niente. Un incidente come possono
succedere da queste parti." Così Mi trovai rapidamente cosparso di
liquido infiammabile e inchiodato con la cintura al rottame della
mia macchina, fra airbag e sedile. Feci appena in tempo ad
alzare gli occhi pesti sulla comitiva sghignazzante che mi
circondava: tutti ottimi ragazzi con le lo scarpette timberland e
lecoq sportif, le loro felpine Nike e jeans diesel. Poi un accendino
mi venne acceso di fronte alla faccia "Ti piace signore?" Fece lo
scricciolo "Dimmi che Ti piace morire bruciato!". Gli altri, malgrado
il buio, tentavano di riprendere la scena con i loro telefonini
sofisticati. La ragazza della compagnia gridava "Dagli fuoco, dagli
fuoco!". Poi, così com'era apparsa la fiamma dell'accendino si spense
e i ragazzi sparirono come faine dopo il pollaio mentre una sirena
saliva i tornanti rabbiosa. Capiì istantaneamente che ero salvo
e Che qualcuno, durante il mio stato di incoscienza nell'auto, aveva
avvertito la polizia e affini. Così adesso stavano arrivando, come la
Cavalleria. Più tardi, durante la convalescenza, mi ostinai a pensare
che forse era stato uno dei ragazzi a ripensarci e avvisare le divise.
So che è impossibile ma mi ostino a crederci. Altrimenti che Mondo 
sarebbe?









lunedì 2 febbraio 2015

Robbins







Quando conobbi Gianfranco Robbins Lui era una di quelle
persone che Ti scolpiscono la mente senza avere bisogno
né di marmo né di scalpello. Alto, molto più della norma,
non soffriva di alopecia o calvizie incipiente ma, al contrario,
regolava la criniera in maniera esemplare e non la spalmava
di tinture nemmeno a 62 anni. Era un individuo magro ma
non esile, saldo ma non ingessato, imponente ma non
allampanato. Aveva due occhi azzurri farciti e languidi,
bocca sottile e naso equilibrato, poche rughe e tutte piazzate
orizzontalmente sulla fronte in modo da non stonargli ma,
semmai, di accrescere la sua impressione di riflessività e
carisma. I vestiti erano impeccabili, cashmere e tweed, con
un foulard azzurro nella tasca sinistra della giacca. Non
potevo fare a meno di chiedermi cosa ci facesse una persona
del genere nella sala d'attesa del Centro di Salute Mentale.
Ricordo che cominciammo a parlare dei bambini perché Lui
 mi mostrò la foto su una rivista di un bell'infante pasciuto e
 sorridente. "Bello, vero? Io ho un'autentica passione per i
fanciulli. Ho due piccole, anzi ormai grandi: Lorena ed Ester."
Io gli risposi con cortesia. Non rientrava nelle mie competenze
il reparto pediatrico dei ricordi di un individuo, e nei miei primi
quarant'anni non avevo avuto modo di fornire la luce a dei
frugoletti, quindi, dopo il primo attimo di gentilezza me ne
restai zitto. Lui continuò a parlare alzando le mani e Io non
potei fare a meno di incantarmi su quelle dita incongruamente
 macchiate di nicotina e quei due polsi segnati da imponenti
cicatrici. Non ci riflettei troppo su e presi a deviare il discorso
portandolo sui nostri rispettivi psichiatri e i farmaci che
assumevamo. Era un terreno più familiare rispetto a marmocchi
e lattanti e, chissà perché, mi dava più tranquillità che non
sentirlo sproloquiare di pappette e omogeneizzati. Semplicemente
non mi sembrava congruo per un uomo di sessantadue anni.
Tutto qui. L'attesa si protrasse a lungo e avemmo modo di
percorrere tutta una serie di argomenti in lungo e in largo.
Fuori dalle finestre cominciava a incombere la lunga sera
invernale e qualche fiocco rado appariva fra i riflessi delle luci
artificiali. Poi, fui finalmente chiamato dal mio Psichiatra, un
gran pettegolo ritardatario, ed entrai nello studio salutando il
signor Gianfranco Robbins con una lunga stretta di mano.
"Pensi a lasciare un figlio alle sue spalle, è importante." Mi
sussurrò prima di separarsi "Si sentirà meno solo". Io annuì,
quasi commosso, e mi infilai nella stanzetta. Mi sedetti mentre
lo psichiatra Visconti lo aveva già fatto e stava con il volto
puntato sull'oscurità, fuori dal vetro. Tossì per attirare la sua
attenzione ma in Lui pareva essersi eclissato il buontempone
e cicalone. Quando lo sentì parlare possedeva una voce
che sembrava appena affiorata dall'oltretomba. "Conosce
Robbins?". Mi chiese. "C'ho parlato appena adesso" Risposi
"Per la prima volta", "Un tipo particolare" Mormorò Lui quasi
seguendo il flusso dei propri pensieri "Un tempo sua moglie
Gli aveva portato via le bambine e Lui andò a riprendersele.
Percorse 400 chilometri fra Bratislava e l'Italia, poi strangolò
le bambine e le gettò nel Po, poco prima di tagliarsi le vene
con un temperino. Diceva che non sarebbero potute stare
senza di Lui, sa com'è, diceva di amarle davvero tanto. Poi
 a Lui hanno salvato la pelle e si è fatto 13 anni di galera."
La luce della lampadina era spenta e lo rimase per almeno
10 minuti mentre Io e Visconti continuavamo ad osservare
i fiocchi farsi più fitti e ricoprire il tetto del palazzo di fronte.
Poi Lui scattò in piedi e schiacciò l'interruttore mentre il vecchio
sorriso gli scattava sulla bocca. "Allora, torniamo a Noi....
dove eravamo rimasti?".








giovedì 22 gennaio 2015

Foto di Famiglia con Salafiti





Prendo davanti agli occhi le foto dei  due terroristi. Vedo il
footage del loro rap per le vie della banlieue. Facce sbarbate,
normali, franco-algerine. Hanno poco più di 30 anni e comprendo
il loro ciondolare, il muoversi delle mani, le rime che sputano fuori.
Tre anni di galera per uno che aveva organizzato il flusso di
armati ai tempi della Guerra in Iraq. Poi il bancone del pesce
per uno, il delivery delle pizze per l'altro. In carcere l'incontro
con l'Islam e la svolta: basta con i piccoli vandalismi, le rivolte
di strada, l'hip hop, il boicottaggio inefficace di Israele, le risse
con i fascisti lepeniani. Il bisogno è verso qualcosa che vada
alla radice. "MY SPIRITUALITY DETERMINES REALITY"
rappavano nel '95 i Fun'da'mental. Capisco queste cose e me
ne faccio paura, perché il background nel quale si sono sviluppati
i ragazzi è lo stesso che mi ha visto ragazzo negli anni '90: Public
Enemy, le lyrics taglienti come rasoi, la Nation of Islam, la rabbia
per gli Stati Uniti che tutto tracimano, ingoiano e rigettano. La
rivoluzione che ci portava il melting pot delle razze, la HAINE.
Ci si sperava allora. Si credeva che più immigrazione e falsa
integrazione avrebbero portato a condizioni esplosive e ad
autentiche sommosse di strada guidate dalla Sinistra Intelligente.
Invece eccoli qui, Cherif e Said Kouachi, 32 e 34 anni a recare
morte con i kalshnikov a un gruppo di sprovveduti con le penne
in mano. Non è un attacco pianificato dai cervelloni di Al Qaeda,
come vogliono farci credere. Sono due e giovani uomini, lasciati
a languire tra palazzoni e disoccupazione, droga e alcol, saccheggi
e rapine. Vita normale di banlieue. Gente che si esercitava a sparare
in moschea. E sapete cosa vi dico? Li abbiamo creati Noi. Li abbiamo
messi in un cul-de-sac, buttati nel cesso e tirato la catena. Ma loro
sono riemersi, come fanno ogni tanto i coccodrilli, e hanno cominciato
a mordere. La Verità è che abbiamo preso una parte della popolazione
nera e meticcia, sottoqualificata, emarginata, deprivata, non riqualificabile
e l'abbiamo chiusa in ermetici ghetti a prova di speranza e futuro. C'è
da meravigliarsi se, crescendo, questi ragazzi impugnano il mitra e si
lasciano incantare dal primo predicatore salafita fanatizzato? Il vuoto alla
pancia e al cervello non si riempie con la buona Volontà ma con
politiche sociali giuste e una maggiore considerazione per quella
fetta della popolazione giovane che non sogna Maria De Filippi
o X Factor bensì, al contrario, Giustizia e Pane per la propria Gente.
Spengo la televisione e mi passo la mano sugli occhi. Ricordi
impellenti mi tornano in superficie: Le Posse, Assalti Frontali, AK-47
e compagnia combattente. Siamo stati anche Noi a un passo dallo
scivolare e dal prendere quei maledetti fucili mitragliatori se qualcuno
fosse passato a darceli. Ennui, frustrazione, diversità, rabbia, ascetismo
e militanza. E questo era Tutto. Ma solo fino a ieri. E Parigi non vale più
nemmeno una Messa.







giovedì 15 gennaio 2015

Abdul-Wahaab




Gli occhi erano bizzarramente di un azzurro spaventoso,
i capelli, come si usa, rasati dalle parti e gellati alla sommità
con un'onda anni venti che Lo rendeva ancor più irresistibile.
Abdul-Wahaab mi osservava mentre sollevava dall'alto verso
il basso il corano e mi spiegava come mai le masse della
banlieue si stessero convertendo al Salafismo. Aveva 24
 anni e una punta di barbetta nerissima sul mento. Aveva
nel curriculum studi eccellenti pur provenendo da un contesto
povero e marginale. Aveva messo la testa al servizio di diversi
piani e aveva ottenuto tutto. Adesso frequentava Filosofia alla
Sorbona con splendidi risultati e durante l'Estate era finito in
 Siria a combattere quattro mesi per il Califfato. Ricordo che
pensai :"C'è Chi l'estate la passa in Erasmus e chi a sparare
con il kalashnikov sugli Infedeli". Abdul-Wahaab stava
allestendo un attentato alla metropolitana di Parigi e, nel
frattempo, continuava a non perdermi gli occhi un istante
con quelle sue pupille azzurre. Finì con il parlarmi tutta la
notte di Pii Antenati, Compagni e Seguaci mentre agitava
il labro sacro nella destra e il rosario nella sinistra. Senza
smarrire il filo e quella sua complessione da fotomodello
mi dettagliava su come si sarebbe fatto saltare in aria su
uno dei convogli che arrestavano nel cuore economico
della Ville e su come non fosse minimamente spaventato
o pentito. Io continuavo a bere birra mancandogli di rispetto
ma non mi importava, arrivati a quel punto. Gli chiesi dei suoi
genitori e mi confermò che suo padre era un calzolaio a Saint
Denis mentre la madre una norvegese, arrivata in Francia
per completare i suoi studi e convertitasi a quell'uomo gentile
e più vecchio che mai aveva tentato di imporle nulla. Avevano
vissuto a lungo da poveri nella banlieue perché papà non
gradiva che Lei lavorasse, ma pensava dovesse accudire unicamente
i figli. Ne aveva avuti quattro, tutti meticci e bellissimi. Abdul-Wahaab
me li fece vedere Tutti, incorniciati su sfondi di poco prezzo e
 tanta mestizia. Stavano tutti radunati: una bella famiglia mista
che, poco alla volta, era uscita dalla miseria. "Moriranno tanti
innocenti" Gli dissi. "Nessuno è Innocente" Mi rispose piano,
quasi sussurrando. "C'hanno tenuto in gabbia per troppo tempo,
e quando il leone si libera non fa differenza tra innocenti e
colpevoli." "Potrebbe esserci anche un ragazzino Abdul-Wahaab
lungo quel tragitto" Gli feci notare. "La vita è marginale" concluse
con un sorriso smagliante e sollevando la mano a segnalare che
il nostro colloquio era finito e che potevo togliere la birra doppio
malto dal suo tavolo. Fu l'unico momento in cui lo vidi smorzare
le labbra con un'ombra di disprezzo. "E Se Ti denunciassi, come farò?".
Gli dissi, stringendogli la mano sulla porta. "Cosa troveranno? Nessuno
Ti ha detto Nulla e dentro il mio appartamento non ci sarà nulla.
Potrà essere tra cinque, dieci anni o forse mai." E mi scoccò uno
sguardo obliquo baciandomi quattro volte sulle guance. Tornai a
casa un po' insaccato e quella notte feci strani sogni: v'erano delle
scatolette di peltro sparse su un terreno desertico. Erano disegnate
magnificamente e brillavano forte sotto i raggi del sole. Curioso le
 avevo aperte e dentro vi avevo trovato dei minuscoli scorpioni
dalla coda dorata. Alzando il capo potevo vedere che la Luna non era
 stata ancora estinta dal sole e che si disegnava, evanescente,
contro la volta laterale dei cielo. Solo che non era più tale, non era piena, intendo. 
Bensì era una mezzaluna.