Gli occhi erano bizzarramente di un azzurro spaventoso,
i capelli, come si usa, rasati dalle parti e gellati alla sommità
con un'onda anni venti che Lo rendeva ancor più irresistibile.
Abdul-Wahaab mi osservava mentre sollevava dall'alto verso
il basso il corano e mi spiegava come mai le masse della
banlieue si stessero convertendo al Salafismo. Aveva 24
anni e una punta di barbetta nerissima sul mento. Aveva
nel curriculum studi eccellenti pur provenendo da un contesto
povero e marginale. Aveva messo la testa al servizio di diversi
piani e aveva ottenuto tutto. Adesso frequentava Filosofia alla
Sorbona con splendidi risultati e durante l'Estate era finito in
Siria a combattere quattro mesi per il Califfato. Ricordo che
pensai :"C'è Chi l'estate la passa in Erasmus e chi a sparare
con il kalashnikov sugli Infedeli". Abdul-Wahaab stava
allestendo un attentato alla metropolitana di Parigi e, nel
frattempo, continuava a non perdermi gli occhi un istante
con quelle sue pupille azzurre. Finì con il parlarmi tutta la
notte di Pii Antenati, Compagni e Seguaci mentre agitava
il labro sacro nella destra e il rosario nella sinistra. Senza
smarrire il filo e quella sua complessione da fotomodello
mi dettagliava su come si sarebbe fatto saltare in aria su
uno dei convogli che arrestavano nel cuore economico
della Ville e su come non fosse minimamente spaventato
o pentito. Io continuavo a bere birra mancandogli di rispetto
ma non mi importava, arrivati a quel punto. Gli chiesi dei suoi
genitori e mi confermò che suo padre era un calzolaio a Saint
Denis mentre la madre una norvegese, arrivata in Francia
per completare i suoi studi e convertitasi a quell'uomo gentile
e più vecchio che mai aveva tentato di imporle nulla. Avevano
vissuto a lungo da poveri nella banlieue perché papà non
gradiva che Lei lavorasse, ma pensava dovesse accudire unicamente
i figli. Ne aveva avuti quattro, tutti meticci e bellissimi. Abdul-Wahaab
me li fece vedere Tutti, incorniciati su sfondi di poco prezzo e
tanta mestizia. Stavano tutti radunati: una bella famiglia mista
che, poco alla volta, era uscita dalla miseria. "Moriranno tanti
innocenti" Gli dissi. "Nessuno è Innocente" Mi rispose piano,
quasi sussurrando. "C'hanno tenuto in gabbia per troppo tempo,
e quando il leone si libera non fa differenza tra innocenti e
colpevoli." "Potrebbe esserci anche un ragazzino Abdul-Wahaab
lungo quel tragitto" Gli feci notare. "La vita è marginale" concluse
con un sorriso smagliante e sollevando la mano a segnalare che
il nostro colloquio era finito e che potevo togliere la birra doppio
malto dal suo tavolo. Fu l'unico momento in cui lo vidi smorzare
le labbra con un'ombra di disprezzo. "E Se Ti denunciassi, come farò?".
Gli dissi, stringendogli la mano sulla porta. "Cosa troveranno? Nessuno
Ti ha detto Nulla e dentro il mio appartamento non ci sarà nulla.
Potrà essere tra cinque, dieci anni o forse mai." E mi scoccò uno
sguardo obliquo baciandomi quattro volte sulle guance. Tornai a
casa un po' insaccato e quella notte feci strani sogni: v'erano delle
scatolette di peltro sparse su un terreno desertico. Erano disegnate
magnificamente e brillavano forte sotto i raggi del sole. Curioso le
avevo aperte e dentro vi avevo trovato dei minuscoli scorpioni
dalla coda dorata. Alzando il capo potevo vedere che la Luna non era
stata ancora estinta dal sole e che si disegnava, evanescente,
contro la volta laterale dei cielo. Solo che non era più tale, non era piena, intendo.
Bensì era una mezzaluna.
Bensì era una mezzaluna.
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