mercoledì 27 aprile 2016

Double dutch



Mi ero messo lì come tutte le mattine a fare
la mia parte di lavoro. Scrittore, si diceva. E
come tale buttavo giù porzioni a volte ispirate,
altre noiose e che non avrebbero mai visto
la luce su una pubblicazione decente. Stavo
sorbendo il mio the quando Lui si decise a
entrare e a sedersi senza tante cerimonie
accanto alla mia scrivania. Portava un lurido
cappellino da baseball, pantaloni corti di jeans
strappati in più punti, piedi nudi, maglietta
talmente usurata da essere ormai lisa e capelli
lunghi e unti, di un colore fra il rugginoso e il
verde brillante. Era, efficacemente, la visuale
permanente dell'ex narratore di successo,
alternativo ed eccessivo, qualcuno che aveva
scritto pezzi e romanzi molto ispirati, a metà
fra lo steampunk e i neoclassici, in bilico fra
Pynchon e Dumas padre; insomma un dono per
le cronache di qualche tempo prima, anche
grazie ai 4 matrimoni e al ricovero in 2 cliniche
per la disintossicazione da crack. Lo fissavo
mentre giocherellava con una confezione di
biscottini tedeschi e parlottava a bassa voce,
discutendo con sé stesso sul tempo e sulle
royalties bruciate troppo in fretta. Non avevo
il coraggio di affrontarlo; i peli mi si erano
drizzati sulla schiena e le mani si erano tolte
dal PC per cadere senza forza lungo i fianchi.
Alla fine si era deciso a uscire dalle sue stanze
dove trascorreva il tempo in una clausura acida,
ma mai avrei creduto che avrebbe trovato il
coraggio e la sfacciataggine di venirmi a tampinare
durante le mie sedute di lavoro. Mai avrei pensato
che lo avrebbe fatto in modo squinternato, straccione
e impertinente, come stava facendo. Le ciglia incollate
alle palpebre per il troppo sonno, le unghie nere e le
labbra sottolineate da una strisciolina rosso carminio,
quasi avesse sbagliato rossetto prima di uscire per
la ricreazione. Io, dal mio canto, non riuscivo ad
allungare neppure una riga sotto quello sguardo
vacuo e inopportuno e dietro quel blaterare sordo
e continuo, praticamente inintelleggibile. Restai
qualche minuto immobile e imbarazzato finché
mi decisi a borbottare qualcosa in risposta mentre
allungavo la mano per prendere il suo gomito e
cercavo di sollevarlo per allontanarlo dalla mia stanza.
Lo pregai sommessamente di lasciarmi in pace, di
andare una volta per tutte e riprendersi in mano la
sua vita. Di cercare di mettere insieme i pezzi della
sua ormai baraccata esistenza. Ma Lui nemmeno si
degnava di farmi un cenno con il capo, continuava
spento a giocherellare con l'accendino per la mia
sensimilia. alla fine mi arrabbiai di brutto e cominciai
ad alzare la voce riempiendolo di contumelie, fui
talmente brutale da far accorrere mia moglie, che
fece irruzione nel locale con gli occhi strabuzzati.
Le urlai di darmi una mano a buttare fuori quel
cialtrone seduto alla mia scrivania. "Chi?". Rispose
Lei preoccupata. fu allora che mi accorsi del tragico
silenzio che si stava posando su tutto. Ero solo, ero
sempre stato solo. Mi passai la mano fra i capelli
a metà fra il rugginoso e il verde brillante, lisciai i
luridi jeans con i buchi e mi passai la mano sulla
bocca per togliere la strana linea rossastra.
Zoppicando mi sollevai e, passato fianco a mia moglie,
mi trascinai in bagno a pigliare i miei antipsicotici.















 

sabato 30 gennaio 2016

Il Papa





Osservai lento fuori dalla finestra del mio appartamento al Vaticano mentre
Richard si rivestiva. Era bello, Richard Wyatt. 25 anni da Philadelphia e mio
segretario personale, Nero, incantevole e profumato come piaceva a Me, in
quel momento. Lo guardai senza misura e il pensiero corse al Conclave
dell'indomani dove, secondo tutti i maneggi e gli accordi sottobanco, sarei
stato eletto al soglio di Pietro. Stropicciai le mie innumerevoli carte sparse
sul letto e nascosi una lacrima. Dall'Inferno, da dove provenivo, alla massima
carica della Comunità Cristiana non è un passo così lungo come potreste
immaginare. Satana in persona mi aveva inviato a compiere tutti i passi
della trafila ecclesiastica, sino ad arrivare a 35 anni al porporato e 5 anni
dopo al Papato. Molti erano sorpresi, Tanti mi amavano. Amavano il mio
viso giovane e bello, le mie idee fresche e progressiste, la bontà infinita
che mostravo ai bambini. Qualcosa che avevo imparato durante il
sacerdozio, durante cui avevo carezzato e violato innumerevoli schiere
di fanciulli implumi, fino a scivolare dolcemente attraverso Michael, Elia
e infine il mio Richard, il preferito. Lo sentì sbadigliare in modo infantile
e mi si strinse il cuore. "Perché piangi?" Fece Lui, sedendosi sul letto
e osservandomi con attenzione. "Non è nulla" Risposi "Solo una lacrima.
Un refuso." "Immagino che Ti passi tutta la vita davanti in momenti come
questo, vero?" Fece carezzandomi la schiena nuda. "Non è solo quello:
è che più mi adatto all'idea di essere Papa, più il mio passato mi appare
nebuloso e bolso." Non potevo rivelargli tutto, ma per Me era un dato di
fatto che i rapporti con il quartier generale all'Inferno si fossero tesi sino
al limite della rottura. Ormai non ricevevo più gli emissari di Beelzebub
ed ero infastidito dalle preghiere al Grande Capro Nero che tenevo in
un mobiletto del mio comodino. La voglia di bere sangue di Vergine
m'era passata, così come quella di partecipare ai Sabba principali
dell'anno. Avevo lo spleen del Buon Diavolo. E sentivo che stavo
cambiando. Altri Demoni, sotto le vesti dei Cardinali, mi tenevano
d'occhio e riferivano a Chi di dovere. Mi venivano condotte rimproveri
e lagnanze sul mio comportamento. Lascia la lacrima scorrere dalla
guancia fino al mento. Il rischio per Loro era immenso: perdere per
la prima volta il controllo della massima carica temporale e spirituale
della Cristianità, e permettere che passasse a un possibile apostata.
A una creatura infernale che transitasse, armi e bagagli, all'altro campo:
quello dell'Eterna Luce e della Bontà. Mi crogiolai sotto le lenzuola
e scoppiai definitivamente a piangere mentre Richard si arrendeva
e usciva, nel suo clergyman Hugo Boss, dalla stanza senza salutarmi.
Che stessi perdendo anche Lui? Non potevo crederlo. Proprio l'amore
per quel ragazzo aveva cominciato a farmi vacillare nella mia fedeltà
diabolica. Avevo compreso che quello detto dall'Uomo messo in croce
era vero :"Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse suo fratello, è un
mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può
amare Dio, che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo
da Lui: Chi ama Dio, ami anche suo fratello." MI asciugai le lacrime
e andai ad aprire le imponenti finestre del Vaticano. Una lenta
pioggerellina scendeva, ripulendo le strade e la mia anima nera,
luci sparse ad addobbi natalizi increspavano l'aria, e il suono di
zampogne non mi appesantiva più il cuore. Indossai una vestaglia
e mi portai al balcone, per respirare Roma.