martedì 17 febbraio 2015

Roadkill







Mi accorsi subito che l'incidente non era
particolarmente grave, ma questo non mi
impediva di sanguinare da un brutto taglio
sulla fronte e di avere le mani come fossero
state massaggiate da martelli robusti e indelicati.
L'airbag mi aveva salvato ma qualche commozione
cerebrale doveva essersi insediata se, mentre
camminavo, vedevo a fatica in mezzo ai rovi
malgrado le luci potenti e ancora funzionanti
del mio fuoristrada. Riuscì ad arrivare, infine,
sul ciglio della statale, se così si poteva
definire quella striscia d'asfalto in salita,
frammezzo a boschi talmente brutali e cupi
da gettare nell'inquietudine e nella prostrazione
ben più di una persona. Guardai quello che restava
del mio cellulare: non aveva campo ed ero disperso
dentro il nulla. A quell'ora della notte era un'impresa
disperata incocciare in automobili che scendessero
a valle oppure salissero verso i radi paesini della
Valle. Ero tutto un dolorino più per la tensione
nervosa che per effettivi danni fisici, e ancora
sconcertato per essere stato in grado di salvare
la pelle magrado la mia alta velocità. Nel frattempo
la ferita sulla fronte continuava a sanguinare e aveva
inzuppato buona parte della costosa giacca in velluto
a coste che indossavo, ma poco mi importava. Fu
quando cominciai a sentire il rombo di un'automobile
che saliva i tornanti che iniziai a rianimarmi! Era un
miracolo, di certo un segno del cielo. Mi misi nei pressi
di una curva e gomito e iniziai a sbracciarmi e ad
urlare come un ossesso. L'auto, una modesta Punto,
mi sfilò a fianco e potei notare che era zeppa di ragazzi.
Per un attimo pensai che mi avessero bellamente ignorato,
fino quando la vidi rallentare e accostare al lato della strada.
Ero al settimo cielo e sprizzavo gioia da tutti i pori: non
avevo nemmeno dovuto aspettare tanto! Dalla Punto grigia
scese il guidatore ed Io gli corsi incontro traballando sulle
gambe. Appena gli fui a mezzo metro cominciai un discorso
sconclusionato e balbettante sulla mia disavventura mentre
Lui mi guardava incuriosito: nello stesso modo in cui si può
osservare un roadkill, un riccio investito, insomma. Si accese
in tutta tranquillità una sigaretta mentre Io cominciavo a
diventare nervoso e dall'utilitaria scendevano altri ragazzi.
Quando mi circondarono ridendo Io feci finta di stare al
gioco malgrado il mio malessere e, sorridendo, spiegai
a Tutti che ero uscito di strada venti metri più in basso e
avevo bisogno di aiuto. "Per quale ragione?". Fece una
fanciulla molto carina e delicata "Tanto sei già mezzo morto.
Se potessi guardarti la faccia. Poi sembri fottutamente ubriaco."
Istintivamente mi passai una mano sul viso e la ritirai
imbrattata di sangue. "Dovete chiamare un'ambulanza.
Non mi sento per niente bene e il mio cellulare è andato."
Il ragazzo che si era acceso la sigaretta (Uno scricciolo di
un metro e sessantacinque con gli occhiali e felpa Carhartt)
mi squadrò ben bene poi disse ad alta voce. "Signore, non si
va in giro di notte fatti di cocaina. è una pessima abitudine e
poi porta questo genere di risultati". Continuai a sorridere, ora
veramente spaventato. Gli unici fatti di sostanze in quel frangente
erano proprio loro. Imbottiti fino agli occhi di polvere e alcol.
Uno della compagnia portava addirittura gli occhiali da sole e
la ragazza continuava a gracchiare :"Tu sei già morto. Tu sei
già morto!". Mi arrivò la prima sberla che mi mandò diritto sul
selciato. Era stato lo scricciolo a buttarmi al suolo e adesso
occhiali da sole mi stava riempiendo di calci seguito dagli altri
tre. Cercai di sollevarmi ma venni sbattuto contro un albero
e riempito ulteriormente di cazzotti. Sentì qualcuno alzare la
voce :"Perché non diamo fuoco a Lui e alla sua bella macchina?
Nessuno si accorgerà di niente. Un incidente come possono
succedere da queste parti." Così Mi trovai rapidamente cosparso di
liquido infiammabile e inchiodato con la cintura al rottame della
mia macchina, fra airbag e sedile. Feci appena in tempo ad
alzare gli occhi pesti sulla comitiva sghignazzante che mi
circondava: tutti ottimi ragazzi con le lo scarpette timberland e
lecoq sportif, le loro felpine Nike e jeans diesel. Poi un accendino
mi venne acceso di fronte alla faccia "Ti piace signore?" Fece lo
scricciolo "Dimmi che Ti piace morire bruciato!". Gli altri, malgrado
il buio, tentavano di riprendere la scena con i loro telefonini
sofisticati. La ragazza della compagnia gridava "Dagli fuoco, dagli
fuoco!". Poi, così com'era apparsa la fiamma dell'accendino si spense
e i ragazzi sparirono come faine dopo il pollaio mentre una sirena
saliva i tornanti rabbiosa. Capiì istantaneamente che ero salvo
e Che qualcuno, durante il mio stato di incoscienza nell'auto, aveva
avvertito la polizia e affini. Così adesso stavano arrivando, come la
Cavalleria. Più tardi, durante la convalescenza, mi ostinai a pensare
che forse era stato uno dei ragazzi a ripensarci e avvisare le divise.
So che è impossibile ma mi ostino a crederci. Altrimenti che Mondo 
sarebbe?









lunedì 2 febbraio 2015

Robbins







Quando conobbi Gianfranco Robbins Lui era una di quelle
persone che Ti scolpiscono la mente senza avere bisogno
né di marmo né di scalpello. Alto, molto più della norma,
non soffriva di alopecia o calvizie incipiente ma, al contrario,
regolava la criniera in maniera esemplare e non la spalmava
di tinture nemmeno a 62 anni. Era un individuo magro ma
non esile, saldo ma non ingessato, imponente ma non
allampanato. Aveva due occhi azzurri farciti e languidi,
bocca sottile e naso equilibrato, poche rughe e tutte piazzate
orizzontalmente sulla fronte in modo da non stonargli ma,
semmai, di accrescere la sua impressione di riflessività e
carisma. I vestiti erano impeccabili, cashmere e tweed, con
un foulard azzurro nella tasca sinistra della giacca. Non
potevo fare a meno di chiedermi cosa ci facesse una persona
del genere nella sala d'attesa del Centro di Salute Mentale.
Ricordo che cominciammo a parlare dei bambini perché Lui
 mi mostrò la foto su una rivista di un bell'infante pasciuto e
 sorridente. "Bello, vero? Io ho un'autentica passione per i
fanciulli. Ho due piccole, anzi ormai grandi: Lorena ed Ester."
Io gli risposi con cortesia. Non rientrava nelle mie competenze
il reparto pediatrico dei ricordi di un individuo, e nei miei primi
quarant'anni non avevo avuto modo di fornire la luce a dei
frugoletti, quindi, dopo il primo attimo di gentilezza me ne
restai zitto. Lui continuò a parlare alzando le mani e Io non
potei fare a meno di incantarmi su quelle dita incongruamente
 macchiate di nicotina e quei due polsi segnati da imponenti
cicatrici. Non ci riflettei troppo su e presi a deviare il discorso
portandolo sui nostri rispettivi psichiatri e i farmaci che
assumevamo. Era un terreno più familiare rispetto a marmocchi
e lattanti e, chissà perché, mi dava più tranquillità che non
sentirlo sproloquiare di pappette e omogeneizzati. Semplicemente
non mi sembrava congruo per un uomo di sessantadue anni.
Tutto qui. L'attesa si protrasse a lungo e avemmo modo di
percorrere tutta una serie di argomenti in lungo e in largo.
Fuori dalle finestre cominciava a incombere la lunga sera
invernale e qualche fiocco rado appariva fra i riflessi delle luci
artificiali. Poi, fui finalmente chiamato dal mio Psichiatra, un
gran pettegolo ritardatario, ed entrai nello studio salutando il
signor Gianfranco Robbins con una lunga stretta di mano.
"Pensi a lasciare un figlio alle sue spalle, è importante." Mi
sussurrò prima di separarsi "Si sentirà meno solo". Io annuì,
quasi commosso, e mi infilai nella stanzetta. Mi sedetti mentre
lo psichiatra Visconti lo aveva già fatto e stava con il volto
puntato sull'oscurità, fuori dal vetro. Tossì per attirare la sua
attenzione ma in Lui pareva essersi eclissato il buontempone
e cicalone. Quando lo sentì parlare possedeva una voce
che sembrava appena affiorata dall'oltretomba. "Conosce
Robbins?". Mi chiese. "C'ho parlato appena adesso" Risposi
"Per la prima volta", "Un tipo particolare" Mormorò Lui quasi
seguendo il flusso dei propri pensieri "Un tempo sua moglie
Gli aveva portato via le bambine e Lui andò a riprendersele.
Percorse 400 chilometri fra Bratislava e l'Italia, poi strangolò
le bambine e le gettò nel Po, poco prima di tagliarsi le vene
con un temperino. Diceva che non sarebbero potute stare
senza di Lui, sa com'è, diceva di amarle davvero tanto. Poi
 a Lui hanno salvato la pelle e si è fatto 13 anni di galera."
La luce della lampadina era spenta e lo rimase per almeno
10 minuti mentre Io e Visconti continuavamo ad osservare
i fiocchi farsi più fitti e ricoprire il tetto del palazzo di fronte.
Poi Lui scattò in piedi e schiacciò l'interruttore mentre il vecchio
sorriso gli scattava sulla bocca. "Allora, torniamo a Noi....
dove eravamo rimasti?".