Posò il bastone da passeggio con il pomolo a classica forma
di testa di morto, Poi Spallanzani cominciò a spogliarsi
iniziando dalla marsina verde con inserti bianchi, fino ai
mutandoni bianchi e al petto nudo e irsuto. La depressione
lo stava mangiando e dentro di sé sapeva che non sarebbe
trascorso troppo tempo fino a quando avesse infilato la
testa dentro un cappio artigianale e avesse dato un calcio
alla sedia. Ma fino ad allora doveva trarsi cura dei suoi
affari e guardandosi nello specchio ne capiva anche la
Ragione. Nulla lasciava trapelare quella sua micidiale
crisi e l'insofferenza che, un minuto dopo l'altro, lo
divorava, strappandogli energie e lasciandolo tremante
e solo, lungo disteso sul pavimento o steso esanime
sul canapè rosso. Fissò lo specchio che ne definiva
perfettamente la figura intera e si mise ad ammirare
le leggere scheggiature e i piccoli residui dell'ossidazione
che avevano fatto di quel magnifico e misterioso
manufatto un trapianto per la sua anima inquieta e
l'oggetto tramandatogli dai genitori che meglio aveva
resistito all'usura del Tempo. Accostò le dita della mano
sinistra mentre con l'altra si torceva i grossi baffi neri.
Le dita si fissarono a uno strato superficiale dello specchio
e se ne estrasse una figura di Spallanzani adatta per la
giovane signorina Maiotti. Con discrezione l'appoggiò alla
parete della camera, stando bene attento a non rovinarla.
Poi fu la volta del secondo strato: quella per la gentile
Signora Volta, l'affittacamere che l'aveva sempre blandito
e curato. Una signora anziana dolce e comprensiva, che
meritava uno Spallanzani maturo e sensibile, non il
rompicollo cinquantenne che ancora si osservava nel
suo riflesso opaco. Poi fu la volta del terzo strato, quello
per il suo collega Endrici, un'ottima persona capace e
intelligente, nonché notevole amico. Indi il quarto strato
per la Signora Morini, passionale e decisa nell'amore,
amante ufficiale da più di sette anni e sostenitrice di tutte
le cause filantropiche che la Terra conosciuta poteva
ancora offrire. E andò avanti, di strato in strato finché
si ritrovò con diciotto Spallanzani appoggiati sulle mura
perimetrali e pronte all'uso. Avrebbero accompagnato
sotto forma di instancabili accompagnatori, infaticabili
amanti, splendidi dialogatori, ineffabili amici e attenti
confidenti le persone a cui stava caro e alla cui presenza,
anche dopo la morte, non poteva rinunciare. Prese
l'orologio da taschino da un tavolino e notò che l'alba
stava per sopraggiungere. Animò con uno schiocco di
dita gli Spallanzani abbandonati nelle pose più varie
e cominciò a spedirli in giro: a prendere il pane e sedurre
le servette, a installarsi in una biblioteca a cercare di
cavare il segreto di Dio dalle pagine consunte, a
passeggiare con gli amici di buon mattino a elargire
pillole di saggezza, a scovare l'amante ne suo letto
ancora caldo per offrirle un supplemento, ben accetto,
di Passione. Per quanto riguardava Lui, si accese
una sigaretta sottile e cominciò a esplorare gli spazi
vuoti nella stanza lasciati dagli Spallanzani. Le ombre
ancora vive della notte, gli angoli polverosi e inutili,
il letto, perfettamente allestito, il vaso da notte
immacolato e quasi polveroso. Poi, seminudo com'era,
guardò in strada le vie cominciare ad animarsi, la gente
percorrere il proprio destino e Lui cominciare ad
accorgersi del suo. Tornò allo specchio ma, al posto
del vetro dentro la cornice dorata era rimasto solo un
gran buco nero che dava sul muro a occidente. Gli
Spallanzani lo avevano veramente abbandonato
e Lui era un guscio vuoto e un'ombra, ancora per
poco, irrequieta. Allungò la mano dentro la terribile
cavità e mugolò sottile, girando le dita guantate a
vuoto.

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